✨ La vita di Gesù dagli Annali dell’Akasha… la memoria del pianeta
Eravamo giunti a Bal Baktr, la città era sempre bella e impressionante, così come la ricordavo, con i suoi molti templi e le scalinate che portavano alle terrazze dove i fuochi erano sempre accesi.
Cercavamo un posto per alloggiare, in risposta alla nostra espressione perplessa ci avvicinò un uomo con una lunga veste rossa. Secondo i miei ricordi, erano abbigliati così i sacerdoti che custodivano i fuochi.
“Venite da lontano… cosa state cercando da queste parti? – mi chiese l’uomo – oh, il giardino dei profumi? E perché a quest’ora? A nessuno è consentito dormire lì, è troppo “abitato”.
Infine l’uomo ci indicò un portico sotto il quale occorreva passare e poi un altro ancora, per arrivare ad una piazzetta. Lì avremmo trovato il giardino, a nostro rischio e pericolo.
“Padre – esclamai tra me e me – … Mi permetti? Mi presteresti questo luogo ancora una volta?“
La risposta fu immediata, ma non sapevo da che parte mi stesse portando: una colomba si posò a terra accanto a noi per un attimo, poi, con un frullo d’ali, volò verso il portico che ci era stato designato.
Era una “colomba perlata”, come le chiamavamo allora. Ma doveva essere scritto che non saremmo andati nel giardino che avevo in mente…
Infatti, oltre il primo portico udimmo dei lamenti nella penombra: sedute sui gradini di una casa piuttosto bella, c’erano due donne in lacrime e un uomo che, con la fronte appoggiata contro il muro, era l’immagine della disperazione.
Impossibile continuare senza appoggiare una mano nel mezzo della schiena dell’uomo, e gli parlai: qualcosa mi diceva che poteva capire l’essenziale della nostra lingua.
“Cosa succede, fratello? E’ tua figlia che è malata, vero?“
Come mi era accaduto tanto spesso andando di villaggio in villaggio queste parole erano spontaneamente scappate dall’anima, la cui porta era spalancata.
L’uomo mi diede un’occhiata dolente, guardandomi da sopra la spalla: “Come fai a saperlo? Sì, e mia figlia ma non è malata, è morta”.
“Posso vederla?“
“E perché? Neppure ci conosci!”
“C’è forse bisogno di conoscere per amare? Dio non dice forse che tutte le anime si toccano, anche quelle che non si conoscono?“
“In questa casa non c’è più nessuno da amare”, mi rispose l’uomo con un sospiro.
“Lo credi davvero? Portami da tua figlia“.
“Se proprio ci tieni, ma gli altri, no”.
Feci segno a Tommaso che rimanessero tutti nel vicolo, mi tolsi i sandali e varcai la soglia di quella dimora, subito seguito dalle due donne che continuavano le lamentazioni.
Attraversammo inizialmente un vestibolo scuro che dava accesso ad un cortiletto; poi mi fecero entrare in una stanza dove tutti i muri, appena rischiarati da una finestrella, erano coperti da una quantità di stelle a otto raggi, di colore rosso carminio e di dimensioni diverse.
Un corpicino gracile giaceva in mezzo alla stanza sul telo con cui, certamente, sarebbe stato trasportato su per la montagna: secondo l’usanza di quella terra sarebbe stato lasciato ai rapaci che l’avrebbero disperso consentendogli di riunirsi alla Natura infinita.
In un angolo c’era un cane legato. Conoscevo questa tradizione, secondo la quale il cane era lì per allontanare gli spiriti oscuri.
Era una tradizione rispettabile, ma mi pareva essere soprattutto più simbolica che non in risposta a una necessità sottile: conoscevo anche troppo bene gli ingranaggi e gli stadi della morte…
“Come si chiama?“, chiesi subito.
“Si chiamava Fidjah”.
“Allora, si chiama ancora così“.
La dipartita di Fidjah risaliva solo a qualche ora prima, perché il suo corpo energetico non era ancora del tutto disimpegnato. Alcune sue zone fluttuavano sparse, come brume azzurrine, sopra la forma di carne ed ossa.*
(*una volta giunta la morte, il corpo energetico (o corpo eterico), che funge da collegamento tra la materia densa e la realtà pluridimensionale chiamata “anima”, impiega circa 3 giorni a staccarsi dal corpo senza vita. Ne esce progressivamente, organo dopo organo, per poi ricostituirsi nel mondo vitale (o eterico) nel quale si dissolverà, in linea di massima, dopo una quarantina di giorni, mentre l’anima proseguirà il viaggio).
“Posso rimanere da solo con lei?“
“Non riesco a capire che cosa tu voglia – mi rispose secco il padrone di casa, dopo un’esitazione – no, staremo qui; non c’e ragione perché avvenga altrimenti. Qui nessuno ti ha mai visto… se sei uno di quelli che cercano i cadaveri per praticare qualche forma di magia, noi non ti vogliamo! Hai visto Fidjah, hai avuto quello che volevi, allora vattene e lasciaci piangere”.
“Vuoi che me ne vada, fratello? Eppure è stata tua figlia a venirmi a chiamare… guarda… guarda la sua messaggera!“
E, tendendo il braccio verso la porta, mostrai all’uomo la colomba perlata che entrava tranquillamente, camminando.
Quando ero entrato in casa, non sapevo come si sarebbero messe “le cose” né quale parvenza avrebbero assunto, ma in fondo all’anima avevo chiesto tutto, proprio tutto. E non avevo il minimo dubbio che avrei visto quel tutto realizzarsi, perché nel cuore dell’Infinito che pulsava in me Fidjah era già tornata.
Quindi la colomba passò davanti ai piedi del padrone di casa che tratteneva il fiato, e quando mi fu accanto le offrii il dorso della mia mano: ci salì sopra, e subito la depositai al centro del petto del corpicino che giaceva sul telo. La colomba si accucciò sui petali di fiori rossi che qualcuno aveva messo sul cuore della bambina…
Alle mie spalle, le due donne che avevano da poco interrotto le lamentazioni, le ripresero.
“Tacete! – dissi – per cosa piangete?“
Sorprese dal mio tono subito smisero i pianti; un profondo silenzio cadde sopra la stanza che l’oscurità della sera a poco a poco invadeva.
La presenza di Dio era all’opera… Essa imponeva un rispetto tangibile anche al padre di Fidjah che si era seduto a terra quasi di fronte a me, dall’altra parte del corpicino.
Non lasciavo la colomba con gli occhi: vedevo che si stava offrendo, come spesso decidono di fare le anime degli animali quando diventano contemporaneamente messaggere e messaggio.
Il tempo di una preghiera silenziosa, ed essa si accasciò lentamente sul fianco, come se si stesse addormentando.
Allora, all’improvviso, il petto della piccola Fidjah sussultò, la bocca si aprì e l’aria, aspirata violentemente, entrò…
Il padre gridò, e anche le donne… io invece mi inginocchiai subito per massaggiare vigorosamente un punto preciso della clavicola, poi le gambe e la pianta dei piedi.
“Portatemi dell’acqua…“, dissi.
Fidjah respirava, anche se irregolarmente; gliela versai pian piano, ma abbondantemente, sulla fronte e poi sulle labbra. Allora la bambina aprì gli occhi. Nella stanza rischiarata ormai solo da alcune lampade ad olio il pianto era incontenibile.
“Ora datele qualcosa da mangiare, un frutto, un dattero…“ aggiunsi mentre sostenevo la nuca della piccola resuscitata, che riprendeva a respirare in modo più regolare e già abbozzava un sorriso.
Poco dopo uscii dalla stanza per immergermi nell’oscurità che regnava in cortile. La volta celeste era risplendente, l’aria ancora calda. Sentivo i parenti della piccola Fidjah indaffarati intorno a lei, dopo averla messa a sedere contro il muro. Erano ormai una decina e altri stavano accorrendo dalle case vicine, divisi tra incredulità, stupore, meraviglia e rispetto.
Come sempre accadeva dopo istanti così sacri, provavo il bisogno di isolarmi, ringraziare e pregare, per cui cercai un po’ di riservatezza in un androne, nel vicolo.
Ma il mio tentativo fu vano: il padrone di casa, che avevo scoperto chiamarsi Sadjan, riuscì a rintracciarmi e mi supplicò tra le lacrime di tornare a casa sua.
La stradina si riempì di persone fino all’alba; tutti volevano vedere la piccola miracolata e toccare lo straniero venuto da lontano…
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Signore e Maestro Gesù Cristo 🙏❤️❤️❤️🔥 Grazie Grazie Grazie in piena Fede Amen
Oooo che meraviglia!!!
🙏🏻❤✨
ONORATA
Grazie di Cuore!
Un grandissimo abbraccio
✨🙏🏻✨🤍