✨ La vita di Gesù dagli Annali dell’Akasha …la memoria del pianeta.
Eravamo alle porte del villaggio di Naim, non lontano dal monte Tabor.
Quando alla svolta del sentiero avvistammo le piccole case di pietra imbiancata, ci giunse all’orecchio un canto, o meglio una litania.
Una cinquantina di persone avanzavano verso di noi a passi misurati, precedute da quattro uomini che portavano a spalle una barella su cui si intuiva un corpo disteso.
Dietro di loro, e precedendo il resto del corteo, notai quattro o cinque donne in lacrime. Non era difficile capire cosa stesse succedendo.
Ancora qualche passo… improvvisamente sentii come un respiro febbrile appiccicarmisi addosso.
Mi fermai, e feci cenno ai miei di fare altrettanto. Si manifestò di nuovo lo stesso respiro di prima, ma poi crollò all’altezza delle mie ginocchia.
Da quell’invisibile presenza emanava un odore di canfora così intenso che me ne servii per trovarne l’origine e scoprire il mistero.
Davanti a me, inginocchiato a terra, c’era un giovane con un’umile tunica color terra. Sembrava smarrito, ed era ridotto ad un immenso sguardo interrogativo.
“Cosa stai facendo? – gli chiesi subito, interiormente – cosa stai facendo, e chi sei?“
“Non lo so… ricordo solo che ero sul tetto e che ho battuto la testa su una pietra. Non ho fatto niente. Mi chiamo Anael… Ho visto il tuo Sole… dimmi che la vita non è uscita da me!”
“La morte esiste forse per chi si interroga mentre guarda il Sole? Se non la pensi, Anael, la morte non esiste“.
Nel suo mondo sospeso tra i mondi, vidi il giovane alzarsi in piedi e colsi l’occasione per immergere il mio sguardo nel suo, il più a fondo possibile, quanto consentito dalla storia della sua anima.
Ne osservai i giorni di pioggia e i giorni limpidi, le circonvoluzioni e i picchi, i vagabondaggi e le speranze. E soprattutto vidi la sua gioia di vivere: Anael era buono, e il suo percorso era da molto tempo fatto di un sincero candore.
Tutto era così chiaro nel mio cuore: la sua caduta, la sua dipartita rimasta incompiuta, in sospeso, il mio passare di là proprio in quel momento, come per cantare davanti a tutti la potenza del Vivente…
Allora una voce uscì da me, quasi violenta, e la Parola che portava non poteva essere contraddetta.
“Anael: torna nel tuo corpo, ora! Torna nel tuo corpo e alzati!“
E mentre questa ingiunzione mi balzava fuori dal petto, mi vidi tendere improvvisamente un braccio verso la barella dove il corpo di Anael giaceva avvolto nel sudario.
Il corteo, tutto lamenti e litanie, era solo a pochi passi, e ci facemmo da parte per lasciarlo passare.
“Maestro! Maestro!” Esclamò qualcuno alle mie spalle.
E, quasi contemporaneamente, una delle donne in lacrime che precedevano la folla in cammino cominciò a urlare, indicando il corpo disteso sulla barella. Ci fu un momento di stupore, cessarono i canti e poi si levarono altre grida:
“Si sta muovendo! Non è morto!” urlò infine un uomo.
Come presi dal panico, i portatori posarono subito a terra il loro bianco fardello. Solo allora riuscii a mia volta a vedere che il corpo di Anael si stava muovendo, nel tentativo di alzarsi ancora avvolto nel sudario.
“Su! – esclamai quindi con fermezza – liberatelo e toglietegli immediatamente ciò che ha in bocca!* Ora che ha visitato il Sole, non vedete che è più vivo di voi?”
(*A volte, tradizionalmente, nella bocca del morto veniva posto un tappo di cera o di lino)
Dopo un momento di terrore, due uomini si precipitarono verso il corpo per estrarlo in qualche modo dal suo involucro di lino.
Che dire della faccia di Anael quando emerse lentamente all’aria aperta? Aveva gli occhi così dilatati che sembrava essere di ritorno da un viaggio nella sua stessa Eternità. Riusciva a malapena a vedermi, ma mi riconobbe.
“Sei tu… sei quello che è venuto a prendermi…” La sua voce era ridotta a un lieve sospiro un po’ rauco, ma tutti capirono quale verità affermasse.
In quel momento, quella che doveva essere sua madre, persa in laceri veli neri, si sentì male. Allora le diedi un po’ del sale che mi si era appena materializzato sulla punta delle dita.
Quindi, parlando a tutti e mostrando Anael, dissi: “Vedete bene che è vivo… dategli subito un dattero e del latte acido, e poi togliete dal suo corpo ogni traccia di mirra e aloe. E dal momento che non siete più in lutto, smettete di digiunare e fatevi ricrescere la barba*. Solo la Vita chiama la vita…“
(*Alcuni aspetti dell’ usanza prescrivevano un lungo digiuno, oltre al taglio dei capelli e della barba)
Come al solito avrei preferito andarmene il prima possibile, e lasciarli tutti lì, con il cuore spalancato. Cercavo sempre di evitare tutte quelle domande che, di fronte al prodigio, fanno dimenticare la relazione intima con il Sacro che in quel momento è indispensabile, ma quel giorno fu difficile, perché quello che tutti avevano visto e vissuto faceva di me, definitivamente, se non il Messia, almeno un profeta.
Accettai quindi che quella gente in letizia aprisse, fra pianti di gioia, una giara di vino da condividere tutti insieme.
Quanto ad Anael, incapace di esprimersi a causa dell’emozione che provava e dell’Indicibile che era in lui, non lasciava più la mano di sua madre, ridotta a un torrente di lacrime. Era vedova e quello era il suo unico figlio…
Alla fine, quando il sole cominciava a declinare ed ebbi evocato l’Infinità di Dio e benedetto tutti, la gente di Naim ci lasciò andare via.
Nessuno parlò prima che avessimo percorso diverse miglia, e io stesso rimasi in silenzio. Era appena accaduto qualcosa di cui avevo da tempo avuto il presentimento, e c’erano così tanti testimoni oculari che enormi folle, da quel momento in poi, ne sarebbero state toccate.
E fu proprio quello che accadde, irritando ancora di più i Farisei e il potere di Roma. Gli assembramenti spontanei divennero così impressionanti sia per la frequenza che per il subbuglio che provocavano, che i soldati provavano a disperderli, causando delle rivolte.
Spesso dovetti salire su una barca ancorata a breve distanza dalla riva per essere udito da tutti e insegnare il mio modo di amare.
Finché una notte, mi svegliai con la certezza di dovermi isolare…
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