La vita di Gesù dagli Annali dell’Akasha… la memoria del pianeta.

C’era un luogo, a Gerusalemme, che rattristava il mio cuore d’uomo più di tutti gli altri: era il cortile esterno del grande Tempio, un immenso sagrato in cui perlopiù venivano ammassate pecore e capre in attesa di essere sacrificate, e dove mercanti d’ogni sorta, spesso con atteggiamenti falsamente pii, passavano le giornate a fare affari e a cambiare pile di monete provenienti da tanti luoghi diversi*.

(*Tutti gli israeliti dovevano pagare un’imposta chiamata didracma, due dracme, ai sacerdoti del Tempio per la sua manutenzione. Dal momento che i contributi dei pellegrini provenienti da altri paesi spesso avevano immagini “empie” agli occhi dei sacerdoti , occorreva che venissero cambiati in moneta locale, lo “shekel”).

Pesavano oro, gioielli, e barattavano anche tessuti bellissimi provenienti da Damasco, Tiro o Bisanzio; vendevano benzoino, mirra e olibano tanto per giustificare un po’ il loro commercio. Il posto era rumoroso, e a volte sporco.

Certo, qui e là, dalle vasche di bronzo salivano volute di incenso, ma ogni volta che passavo di lì sentivo solo la puzza dominante dell’ipocrisia che l’incenso tentava di mascherare.

Non riuscendo ad essere un’offerta alla Vita, quell’incenso rappresentava bene o male un tentativo di giustificazione.

Fuori della ristretta cerchia delle persone che camminavano al mio fianco, non avevo mai parlato di questo, né lo avevo mai commentato; quella volta, tuttavia, era tempo di far cessare “quella mancanza di rispetto e quella mascherata”, come dicevo allora.

Non soltanto mi sarei alzato in piedi per denunciare quell’indecenza, ma avrei anche compiuto dei gesti che avrebbero infranto la sconsiderata infatuazione collettiva nei miei confronti.

Volevo infatti che anche quella cessasse, perché non aveva nulla a che vedere con ciò per cui ero venuto.

Ero venuto per far sbocciare, non andavo adulato perché guarivo i corpi e compivo ogni sorta di prodigio.

Se avevo fatto ritorno, dopo una così lunga assenza , nella terra che mi aveva visto nascere, non era solo per cantare, per donare abbondanza o guarire le piaghe, ma soprattutto per togliere le pietre dal terreno dei cuori e delle anime, così dimentichi di sé da diventare come campi incolti.

Dunque, mi recai al Tempio nell’ora in cui sapevo che vi avrei trovato più gente, e non per via delle preghiere o delle cerimonie, ma per via degli “affari”.

Ricordo che ero particolarmente in pace e unito al Padre quando feci una breve pausa a pochi passi dagli scalpellini che stavano rifacendo un colonnato.

Avevo bisogno di pregare ancora un po’, affinché ogni gesto che mi apprestavo a fare, ogni parola che avrei pronunciato, fossero non soltanto perfettamente giusti, ma allineati con ciò che doveva accadere.

Poi, senza esitare o interrogarmi, salii la gradinata che conduceva alla grande porta attraverso la quale pellegrini, semplici credenti, visitatori o mercanti di ogni genere entravano nella cinta del Tempio.

Chi mai comprese quanto ogni mio passo contasse per me? Chi mai si accorse che il ritmo dei miei passi era osservato e rispettato da un numero crescente di persone? Costoro, avendomi visto arrivare, si misero a seguirci per non perdersi una parola dell’insegnamento che si aspettavano da me.

Come sempre, ammassati per tutta la lunghezza della scalinata di pietra, c’erano molti mendicanti e storpi, in attesa di una moneta o di un pezzo di pane: li conoscevo quasi tutti. Quella volta, tuttavia, non mi fermai a parlare con loro.

Del resto mi era chiaro quale fosse il gioco un po’ troppo facile di alcuni di loro, e siccome se n’erano anche accorti, quando passavo mi sorridevano senza neppure tendermi la ciotola.

Oltrepassai l’alto e largo portale, le vasche e le colonne che davano al luogo un aspetto ancora più solenne, e mi trovai di fronte a una scena che avevo osservato cento altre volte: una piccola folla di mercanti seduti a terra, o davanti a banchi di fortuna, intenti a maneggiare mucchi sparsi di monete e oggetti di ogni foggia.

In un brusio sordo, talvolta tra gli escrementi degli animali, parlavano e discutevano solo di affari.

Il martellare profondo dei tamburi suonava di quando in quando, come per ricordare malgrado tutto quale fosse la funzione di quel luogo… ma non serviva a nulla, perché per la gente di Gerusalemme tutto questo era normale.

Allora, sentendomi confortato nel mio intento, non attesi altro: chiamai il Padre mio, lo invocai nel silenzio del mio cuore, e mi spinsi fino in fondo a quell’inverosimile mercato, fino all’epicentro della sua inconsapevolezza.

Voi … Che state facendo? – gridai a pieni polmoni. – Dove credete di essere? In quale sogno vivete? Guardatevi! Perché devo essere io, invece che voi, a ricordarmi di Abramo*, qui? Su, dimmelo, tu che sembri tanto indaffarato a contare ciò che hai nella borsa!

(*ricordiamo che, secondo la Bibbia, Abramo avrebbe ricevuto “l’ordine divino” di sacrificare suo figlio in cima ad una roccia sul monte Moriah, dove sorgeva il grande tempio di Gerusalemme)

Nel dire questo, puntai il dito contro un uomo dai capelli lunghi e unti, intento ad impilare monete su un bel pezzo di stoffa scarlatta, probabilmente proveniente da un abito Romano.

“Io? Ma…”

Non gli lascia il tempo di continuare… mandai all’aria il suo bancherottolo con un calcio, e puntai verso un altro mercante, anche lui tutto preso dai “pensieri” tipici dei cambiamonete.

Intorno a me regnava lo stupore. Allora, senza dire nulla, con la tranquillità e la sicurezza degli spazzini a cui veniva affidato il compito di ripulire il lastricato del cortile con dei rami, rifeci il medesimo gesto contro un altro banchetto, rasoterra.

Allora qualcuno incominciò a gridare, una mano mi strinse il braccio destro nel tentativo di bloccare la mia avanzata in mezzo ai mercanti.

Mi girai quel tanto che bastava per scoprire il volto scandalizzato di un Sadduceo.

“Ma sei matto? – disse – Sei tu, quel Gesù di cui parlano tutti, vero? Se è per sporcare questo luogo che sei venuto, vattene via!”

Hai detto “sporcare”, fratello? Guarda… mi sembra che per questo non abbiano aspettato che arrivassi io…

E, liberandomi dalla sua stretta, spinsi l’uomo da parte per tendere il braccio verso l’enorme ammasso di escrementi di animali e detriti di ogni genere di origine umana che campeggiava dietro di lui.

Vedi? – ripresi – Questo era sparpagliato un po’ dappertutto nel cortile ed è quanto mio Padre mi ha appena chiesto di radunare… se ci frughi dentro, magari ci troverai qualche soldo“.

Incapace di comprendere cos’era successo e di emettere un solo suono, il Sadduceo mi squadrò per un breve istante, poi giro i tacchi, con l’aria contrariata di un bambino che va a lamentarsi dai suoi genitori per una qualche offesa.

Nella folla qualcuno rise, ma la gente, ormai numerosa, era soprattutto allibita: cosa stava accadendo e da dove era sbucato quel mucchio di immondizie? Com’era apparso così, all’improvviso?

Da dove viene? Ma da qui! – esclamai, rivolgendomi a tutti. – Da qui semplicemente. Perché voi permettete che sia così!

Lo dissi a voce altissima, con grande fermezza ma anche con molta tranquillità, tanto serenamente come se stessi raccontando una di quelle brevi storie che usavo per insegnare alle anime semplici.

Poi sempre con calma, sostenuto da gesti determinati e precisi, continuai a muovermi in mezzo ai banchi e a prenderli a calci, oppure a buttarli a terra con le mani, creando un disordine che a breve divenne indescrivibile.

Assistevo a quello che andavo compiendo in perfetta consapevolezza con una strana sensazione di distacco, come da un punto al di sopra di me. E ancora oggi dico, che generai tutto questo senza la minima collera.

Semplicemente la simulai, come un genitore che cerca di educare il figlio, o come un maestro che deve insegnare una disciplina e dare ai suoi allievi una direzione di vita. In me non c’era altro che amore: l’amore di chi vuole che l’altro progredisca, e che indubbiamente è un amore esigente, ma anche vero e puro.

Nessuno riusciva a frenarmi, e a un certo punto mi accorsi che stavano accorrendo i due colossi a guardia della porta principale. Non dovetti rifletterci… il dito di Dio, dentro di me, si volse subito verso di loro, frenando improvvisamente la loro avanzata, come se fossero andati a sbattere contro un muro di vento.

Perché? – chiesi loro, avvicinandomi con calma – Perché? Perché non accetto la sporcizia imposta in questo luogo? Perché voglio ricordare il rispetto e il raccoglimento a chi sa solo chiacchierare e urlare? Perché preferisco i canti del coro al brontolio delle negoziazioni? Trovatemi piuttosto colui che vi comanda, oppure un sacerdote, che venga a difendere l’indifendibile!

I due uomini, in silenzio, abbassarono le lunghe lance e si fecero da parte. Passai in mezzo a loro, con l’immensa corte del Tempio ridotta ad un campo silenzioso. Tanto bastava…

Mi presi tutto il tempo necessario per avvicinarmi ai colonnati della cinta; oltrepassai la grande porta e poi scesi lungo la scala di pietra che conduceva al sagrato esterno, fra i mendicanti e i beduini venuti da ogni dove con le carovane di dromedari.

Udii i passi dei discepoli che mi avevano accompagnato. Questi camminavano a una certa distanza, e sapevo che erano tesi, in allerta, mentre il brusio riprendeva pian piano possesso della corte del Tempio.

“Maestro, Maestro” esclamò Bartolomeo.

Mi fermai e mi voltai per ascoltare ciò che aveva da dirmi. Ma dalla bocca non gli uscì una parola. Bartolomeo era tutto preso dall’emozione e dal fiatone. Gli appoggiai solo una mano sulla spalla e gli annunci che ci saremmo trovati tutti, una volta caduta la notte, sul monte degli ulivi.

Poi dissi: In questo mondo mi occorre scuotere ogni cosa. Tante cose vanno riscritte, e nulla può più rimanere addormentato! L’amore totale che scorre dentro di me non è dolciastro, non è debolezza, ne fragilità, ne passività di fronte all’Onnipresenza del Divino…

All’imbrunire, come annunciato, ci incontrammo tutti sul monte degli ulivi, vicino al vecchio frantoio. Pregammo in silenzio mentre la luna saliva; poi invitai Pietro a parlare, già che vedevo bene che non ne poteva più del silenzio imposto dal nostro raccoglimento.

“Non so cosa pensare, è la prima volta che ti vedo in collera. Ne comprendo la ragione ma, fin qui, ero convinto che ogni cosa ti scivolasse addosso, che nulla potesse raggiungerti…”

Ma io non ero affatto in collera, in verità, ho solo fatto finta di esserlo, in modo che tutti fossero costretti ad interrogarsi su cosa vogliono fare della loro anima, del loro cuore, della loro vita, e su quale sia il loro compito vero.

Ora smetteranno di venerarmi ciecamente, e non mi laveranno più i piedi sulla soglia di casa con l’aspettativa di qualche favore. Adesso gli uomini del Tempio delle sinagoghe sapranno che non ho paura dell’ordine delle cose che loro hanno permesso si instaurasse. No amici, in me non c’era collera

C’era invece dolore, un dolore immenso di fronte all’addormentamento e all’inconsapevolezza dell’ipocrisia. Un dolore che ho contenuto e se pensavate che nulla potesse toccarmi, vi sbagliavate, perché io ho sempre chiesto a Dio di poter rimanere essenzialmente un uomo fra gli uomini e di mantenere l’anima a fior di pelle.

È questa mia consentita fragilità a rendermi forte fra voi, ed è sulle mie eventuali ferite che il soffio dell’Eterno, dentro di me, fonda la sua potenza.

Dunque quello che chiamate “Maestro” può provare dolore, avere fame, sete e soffrire, anche se il suo cuore è colmo del Fuoco del Vivente.

Può e vuole che sia così, per vivere la vostra stessa vita! Tuttavia… sa di non essere vittima di nulla…

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