La vita di Gesù dagli Annali dell’Akasha… la memoria del pianeta.

“Eravamo nel mese di Tammuz (mese che corrisponde a luglio), un periodo che quell’anno era particolarmente ricco di temporali.

Malgrado il tempo non fosse propizio alla navigazione, alcuni uomini avevano deciso di mettere in acqua le barche con la speranza di una pesca, per quanto magra, nel lago di Tiberiade.

Andrea, Pietro, Bartolomeo, Giovanni e tre o quattro degli altri erano fra questi, io avevo declinato l’invito ad accompagnarli.

Un gruppo di Farisei mi aveva interpellato al porto di Cafarnao, per sfidarmi su certi argomenti dottrinali dei quali sembravo non preoccuparmi affatto, e questo aveva creato una piccola folla.

“E perché allora benedici sempre tutto e tutti, Maestro? Persino i miserabili che passano da qui, e che certamente devono avere l’anima ben carica di colpe… Persino loro ricevono le tue benedizioni! Vuoi dirci che senso ha?”

Il Fariseo che si era divertito, con tono di scherno, a chiedermelo, stava visibilmente cercando di provocarmi.

“Perché mi piace benedire, Ephraim. È semplice, perché nel mio cuore questo significa: “Fate e, soprattutto, siate ciò che occorre, per ricevere il Sacro”.

Allora, quando dico :”Che tu sia benedetto” a un uomo che passa da qui, sto semplicemente pregando perché la Porta del Divino si spalanchi maggiormente dentro di lui… questo non ha a che fare con eventuali colpe della sua anima. Dunque quando benedico, apro un lucchetto, suggerisco orizzonti nuovi… “

Il Fariseo abbozzò un sorriso sarcastico prima di aggiungere: “Se credi di avere il potere di convocare il Sacro, vuol dire che sei blasfemo. Chi ti credi di essere, per definiti più compassionevole del ‘Cielo’?”

“Ciò che tu chiami ‘Cielo’ non è dotato di compassione, Ephraim, e continuerà così fintanto che la razza di coloro che sostengono di essere uomini a sua volta non avrà sviluppato in sé la compassione… Perché siamo noi, uomini e donne di questo mondo, a fare del ‘Cielo’ ciò che è… o ciò che può diventare.
Siamo compartecipi delle Leggi che governano l’Invisibile, e del Soffio emerso dal Creatore…

nella Sua Creazione, raccogliamo i frutti delle nostre semine”.

Ephraim mi scocco uno sguardo furioso, come se l’avessi appena insultato, poi mi puntò un dito in faccia: “Stà attento, quello che hai detto è grave!”

“Si, lo so. Tutto ciò che dico è grave…”

Ricordo che in quel momento il vento ci distrasse: si era alzato all’improvviso, e le nubi diventarono ancora più nere. Era la conferma che stava per scoppiare una tempesta.

“Ah! – esclamò allora il Fariseo – vedrai come si divertiranno, con tutte le tue benedizioni, i tuoi amici pescatori che hanno issato la vela poco fa! Hai ragione… è molto probabile che scoprano nuovi orizzonti!”

Mi inchinai con la mano sul cuore, voltai le spalle al Fariseo e poi, sotto la pioggia che incominciava a cadere, lasciai le persone che erano sopraggiunte per raggiungere la riva del lago.

Per la mia anima, né il “Cielo” né tantomeno il cielo esprimevano una mancanza di compassione nei confronti dei pescatori: era il Soffio del Padre Mio che si apprestava a farmi salire sulla cresta di una Sua onda.

Sferzato dalla burrasca e dalla pioggia, camminai tranquillamente fino in fondo al pontile di legno proteso sul lago. Non avevo più alcun pensiero: dentro di me all’improvviso si era fatto il vuoto, un vuoto di un tipo che avevo raramente sperimentato, di quelli che ci fanno fondere con tutte le forme di vita.

Vivevo nella coscienza del Vento, dell’Acqua, e persino nella coscienza del legno su cui erano posati i miei piedi.

Ero trascinato via da qualcosa che pareva un desiderio irresistibile di meditazione… ma che in realtà non lo era.

Un fuoco turbinante stava crescendo lentamente all’altezza del “secondo altare del mio tempio” come spesso lo chiamavo. (Il secondo chakra)

Inizialmente, fu come un fuoco silenzioso, poi come un balsamo che non chiedeva altro di potermi avvolgere interamente.

Mi ci abbandonai come una piuma al vento, senza la minima resistenza.

In un lampo, mi resi conto che non avevo più peso: i miei piedi non toccavano più il legno del pontile dal quale si erano staccati di due o tre palmi. Fluttuavo al di sopra del suolo in una assoluta verticalità, in estasi…

Avevo già vissuto quell’esperienza, la strana certezza di non essere più coinvolto dalla pesantezza della materia…

E mai mi era accaduto per il fatto di essermi ribellato ad essa: anzi, solo grazie alla comprensione e all’averne completamente trasceso le leggi.

Sì, avevo già sperimentato quello stato, ma lo avevo esplorato solo per qualche istante, in preghiera o in contemplazione, e sempre da seduto. Qui, invece, ero in piedi di fronte alla vastità agitata delle acque del lago, con gli occhi che guardavano lontano.

Allora, senza riflettere, in perfetta Unione con il gioco degli elementi e in simbiosi con la loro Intelligenza, con passo deciso avanzai verso la cresta delle onde che si abbattevano sul pontile. Senza alcuna apprensione, osai avventurarmi sulla loro schiuma e continuai ancora e ancora…

In realtà, diversamente da ciò che è poi stato raccontato, non camminavo sulla vastità scatenata delle acque, bensì galleggiavo, scivolavo leggermente al di sopra delle acque, in una totale comunione.

Non mi occupavo in alcun modo di chi forse mi stava guardando dal porto, perché nulla, in me, stava compiendo questa esperienza per abbagliare qualche sguardo…

La cosa avveniva da sé, nella più perfetta libertà, come un sorriso che spontaneamente illumina il volto.

Era questo, per la mia anima, essere un tutt’uno con la Vita.

Non era né una sfida né un “effetto” voluto per stupire, solo un modo di sposare la totale semplicità della mia Realtà.

Non avevo nessun bisogno di capire il perché e il come questo avvenisse, e nessun desiderio, perché non faceva parte delle mie preoccupazioni: le cose erano così, e tanto bastava.

Ignoro a quale distanza dalla riva sia giunto: non mi voltai mai indietro. Dovevo però essere abbastanza lontano a giudicare dall’altezza delle onde, la cui schiuma mi inondava generosamente la veste.

Avevo un’unica intenzione: raggiungere la barca di Pietro e di Andrea per la sola felicità di abbracciarli e dire loro quanto fossi, in quell’istante, pieno di gioia…

Certamente non per dichiarare loro che ero il “Figlio unico di Dio” e che, se volevano sperare di rinascere, mi avrebbero dovuto venerare come tale!

No, non ero “il suo unico Figlio”, come invece qualcuno avrebbe pensato fosse utile scolpire a fondo nella coscienza sotterranea di parte dell’umanità terrestre.

Tutti siamo stati, siamo e saremo per sempre, non solo figli della Potenza Eterna, ma anche i suoi complici.

Era questo che ero andato a fare quel giorno: ad esprimere il sorriso naturale della Vita a pochi pescatori sulla loro barca…

Così, quando finalmente vidi la barca uscire dalla bruma e danzare fra le onde, non avevo un’espressione solenne, bensì portavo in me una preghiera viva, divertita.

Lo capirono tutti quanti appena scavalcai il bordo della fragile imbarcazione, malgrado provassero un’emozione poco controllabile: videro bene che non avevo nulla da dimostrare, ma che semplicemente mi trovavo tra di loro nella mia completezza, e che solo questa avrebbero dovuto testimoniare a chi avesse avuto il cuore abbastanza grande per poterlo intendere.

La mia speranza era che comprendessero e facessero capire che io non ero venuto in questo mondo per dare lezioni, ma per esprimere la potenza e il senso della Vita.

Volevo far loro sentire che lo Spirito non può essere né trovato né addomesticato se non in quel moto interiore che fa entrare in mutazione l’intero Universo che riconosce se stesso dentro di noi.

Quando finalmente riuscimmo ad attraccare alla banchina di pietra del Porto di Cafarnao, c’erano ad attenderci una decina di persone sotto la pioggia battente, incapaci di assimilare quello che era accaduto, ma soggiogate dai racconti dei pescatori e da ciò a cui avevano personalmente assistito.

La storia, naturalmente, si diffuse subito in tutta la regione. Due settimane dopo, certi viaggiatori provenienti da Gerusalemme dissero a Tommaso e a Levi che la storia era arrivata fin lì, e che ormai si richiedeva la mia presenza con insistenza non dissimulata.

Per alcuni ero diventato un pericolo, per altri una speranza, e bisognava che coloro che mi seguivano ci vedessero chiaro sulla loro strada interiore e su ciò che implicitamente stavo proponendo loro per il resto della vita…”

Testo tratto dal meraviglioso: “Il libro segreto di Gesù -vol 2- il tempo del Compimento” di Daniel Meurois. Puoi trovarlo online qui, una libreria online etica ed italiana (Evita di comprare su Amazon)

Gesù cammina sulle acque... così come avvenne (Gesù,cammina,acque,miracolo,resuscita) La Porta della Luce

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