✨ La vita di Gesù dagli Annali dell’Akasha… la memoria del pianeta.
“Ricordo che mi trovavo sulla riva opposta del Lago di Kinnereth, chiamavamo quel luogo la terra dei Gadarei. Vi era, da quelle parti, una città nota per la sua opulenza, in ragione dei suoi ricchi pascoli così in contrasto con le vastità desertiche circostanti.
Alcuni abitanti, essendo ormai giunti alla disperazione, mi avevano mandato a chiamare. Il problema era un uomo che dicevano essere posseduto da uno spirito maligno: da molti anni viveva in caverne rocciose che sprofondavano nella terra, usate un tempo come ripari per i pastori.
Mi avevano raccontato che la sua rabbia era uno stato quasi permanente, e terrorizzava tutta la regione.
Tre uomini con corte tuniche, il capo avvolto in grosse sciarpe sommariamente arrotolate, mi stavano aspettando: “Maestro, in molti dicono che sai guarire… e noi ci crediamo, l’uomo che è preso dal Male vive a dieci stadi da qui. Terrorizza tutti, ormai da troppo tempo. Forse tu solo potrai riuscire… noi, non ne possiamo più”.
“Voi non ne potete più?” Dissi, sottolineando il voi. Poi continuai: “E lui, quell’uomo, non sarà anch’egli sfinito? … Se io sono venuto, non è per voi, in verità, ma per guarire l’uomo di cui parli, per liberarlo da un peso che ha portato abbastanza”.
Non sapendo come reagire, si inchinarono tutti e tre, balbettano qualcosa di incomprensibile e ci fecero strada, precedendoci.
Non mi piaceva dover reagire così, insegnare sì, perché significava risvegliare la Memoria, ma dover sottolineare gli errori e le mancanze, era qualcosa davanti a cui recalcitravo con tutto me stesso, perché allora mi sembrava di professare, non di insegnare. Ero venuto per amare e testimoniare, non per correggere, anche se qualche volta occorreva che lo facessi.
Dopo una breve marcia sotto un sole velato, raggiungemmo infine un avvallamento molto arido, in cui c’era un’ ulteriore fossa: il buco scendeva nel terreno per una profondità pari all’altezza di due uomini, le pareti presentavano cavità dalle forme irregolari; vi si accedeva con difficoltà da una scala approssimativa, scolpita nella roccia.
“É qui, Maestro, siamo arrivati”. Non finirono di dire quelle parole, che una sagoma umana emerse lentamente da una delle cavità; l’uomo, totalmente nudo, aveva capelli e barba incolti, ricoperti di terra. Notai subito che era incatenato alla roccia per una caviglia: la catena era lunga, ma non gli consentiva di allontanarsi dal suo rifugio di più di 6 o 7 passi.
Da un lato, contro il muro, c’era una grossa scodella di metallo, e dall’altro solo immondizie da cui emanava un fetore terribile; le mosche proliferavano.
“Aspettatemi qui“, dissi. Di sotto, l’uomo incatenato alzò il capo come un animale che fiuta una presenza nell’aria. Mi sembrava che ci vedesse poco, e che reagisse soprattutto in funzione dell’odorato e dell’udito.
All’improvviso, appena iniziai a scendere nella fossa, emise un lungo grido, quasi animalesco e poi un secondo, e più scendevo verso di lui, più quel ruggito si intensificava.
Quando infine gli giunsi davanti, ed egli comprese da che parte venivo, incominció a camminare quasi piegato in due verso di me, fino a quando la catena gli impedì di procedere oltre. Notai allora che la caviglia era insanguinata e infetta, là dove era serrata da una larga fascia di metallo.
“Non ti avvicinare oltre, Maestro” – urló uno degli uomini che ci avevano portato fino a quel tragico luogo – “Morde persino coloro che lo nutrono”.
Stranamente, con la stessa velocità con cui aveva ruggito nella mia direzione, l’uomo incatenato incominció ad arretrare a piccoli passi, sempre piegato in due.
“Come ti chiami? – gli chiesi allora, con tono fermo.- Dimmi il tuo nome!” E giacché non rispondeva nulla ma sbavava, dissi, più forte: “Qual’ è il tuo nome?”.
Ricordo ancora che nell’istante preciso in cui pronunciai queste parole, con una forza che sorprese persino me, un Soffio gelido mi uscì dal petto e si proiettó verso di lui.
“Io sono Moltitudine! – vociferò l’uomo immediatamente, rialzandosi e accompagnando le parole con gesti osceni.- Io sono Moltitudine!”.
Allora vidi tutto ciò che abitava in lui, mi sedetti su una grossa pietra a cinque passi dal suo corpo, ora totalmente eretto e arrogante: “Non ti avvicini? Di cosa hai paura, Moltitudine?”
“Non stare lì, Maestro!”, di nuovo gridò qualcuno all’orlo della fossa. Ma non m’ importava…
L’Eterno, come un diamante assoluto, era talmente presente in me che l’idea stessa di timore non aveva più alcun senso.
“Portatemi piuttosto una brocca piena d’acqua”, chiesi a chi mi osservava dall’alto. Quello che vedevo, quello che sentivo, mi diceva tutto quanto, e mi dava anche la misura della Luce che si apprestava ad agire attraverso di me.
Mi apparivano almeno tre forme grigie danzanti, gesticolanti, innestate sulla figura dell’uomo che ora era tornato a gridare come un animale. Esse si spostavano in ogni direzione, come belve in gabbia.
Erano tre anime in uno stato bestiale, tre anime complici, nate da un universo che ancora non aveva raggiunto l’alba del nostro; tre anime sofferenti, embrionali, che avevano cercato e trovato un corpo disponibile per esperire l’aria e il sole degli uomini…
Era stato sufficiente un improvviso sentimento d’odio per creare in quell’uomo un abisso; era stata sufficiente una forma di avidità, un incredibile bisogno di vendetta e potere… Il tutto unito da una ferita che risaliva ad un altro tempo… Un appuntamento con la grande oscurità.
Che potevo fare, tranne che provare una compassione infinita davanti a tanto dolore da una parte e dall’altra, del Visibile e dell’Invisibile?
Dovevo forse smontare la tesi delle tre presenze? Già ne conoscevo i meccanismi principali: voler esperire prima del tempo un corpo organizzato, voler sollevare il velo del loro universo privo di un’ autentica coscienza e del senso della luce e dell’ombra. E infine… poter far esplodere in sé il godimento di un potere illusorio, così da reinventare l’ordine della Vita senza neppure sapere che cosa fosse il Divino…
No, no… Non dovevo interrogarle. Solo l’ondata di un Amore senza limiti e senza condizioni poteva disinfettare tutto quanto.
Ancora per un attimo osservai attentamente le tre forme oscure, e cercai il punto in cui erano ancorate al corpo dell’uomo che ora, di fronte a me, taceva, con lo sguardo spento e la bocca semiaperta.
Allora, all’improvviso, lacerai le tende della sua anima, aprii le sbarre della sua gabbia mentale, e con passo sereno mi alzai, camminai fino a lui: con un gesto preciso, con una mano sola, gli afferrai la gola, là dove erano ancorate le oscure presenze.
“Moltitudine! – ordinai a voce alta. – Moltitudine! Sono io che ti chiamo, ed ora seguirai me!” L’uomo rimase pietrificato, e così anche le ombre che erano in lui. “Portatemi l’acqua!”
Molto lentamente dischiusi la mano che ancora gli impugnava il collo, liberando la stretta progressivamente.
Con quella mano aspirai ogni cosa, e sentii che quel “tutto”, una sorta di “vuoto feroce”, mi risaliva lungo il braccio destro. Allora lo diressi verso il mio cuore e lì lo trattenni per il tempo di un grido offerto a mio Padre.
L’uomo incatenato tremó per un breve istante, poi crollò. Dietro di me, passi precipitosi, un respiro ansimante… era Tommaso: aveva appena posato a terra la brocca d’acqua che avevo richiesto.
Tutto era bene… ricordo di aver chiuso gli occhi, e poi svuotato il cuore di quello che vi aveva albergato, facendone uscire la carica, ora purificata, lungo il braccio sinistro e poi dalla mano chiusa.
Pian piano, consapevolmente, non mi restó altro da fare che immergere quella mano nella brocca piena d’acqua, e tenervela aperta per il tempo di un respiro. Tutto era compiuto.
L’ istante seguente ero chino sull’uomo, ora liberato. Tommaso lo copri con il piccolo mantello che portava sulla spalla, e tutti gli altri scesero nella fossa.
“Sei proprio sicuro, Maestro?”, Chiese uno degli uomini che ci avevano condotti fin lì. “Vedrai tu stesso”, risposi.
Non avevo più nulla da fare, lí. Come al solito, preferivo non soffermarmi dove con tutta l’anima, avevo appena servito la Vita.
Quando l’uomo riprese pienamente coscienza e fu liberato dalla sua catena, lo benedissi con un po’ di sale, poi presi con me la brocca piena d’acqua che avevo usato e me ne andai, insieme a quelli che mi avevano accompagnato fin lì.
Poco prima di risalire nella barca di Pietro, tuttavia, volli che ci prendessimo il tempo necessario per accendere un fuocherello. Lì, sulla riva, tra i remi e le reti, vidi un recipiente di metallo: vi versai con precauzione tutta l’acqua della brocca, poi lo misi sul fuoco fino a che il suo contenuto evaporò completamente.
“Ecco – annunciai – ora è davvero finito. Tutto è liberato”.
Mi sarebbe piaciuto che le cose fossero raccontate così, nella loro semplice verità, nei secoli e nei millenni a venire, ma è andata diversamente. Spesso le cose semplici non servono i propositi degli uomini…
Ci furono scribi mossi da intenti d’altro genere, che vollero sostituire all’ acqua della brocca un gruppo di porci non lontano che si sarebbe poi gettato nel lago portandosi appresso “il Male”, come se l’energia di quest’ultimo potesse temere di morire affogata.
Pochi comprendono che ogni sofferenza va consolata, e poi condotta alla propria metamorfosi.
A cosa può servire estrarre l’Ombra da un luogo per trasferirla in un altro? A che serve liberare l’uomo, se è per infettare l’animale? Essi sono fratelli, e agli occhi della Fonte della Vita uno non vale più dell’altro, perché entrambi procedono dallo stesso Punto nell’ Infinito, e sono destinati a farvi ritorno dopo essersi reciprocamente resi più nobili.
Quello che accadde quel giorno fu l’argomento dell’insegnamento, che mi salì spontaneamente alle labbra, quel giorno, mentre la barca di Pietro ci riportava a Bethsaida.
Dovevano imparare che non esiste uno spazio tanto tenebroso da non poter essere visitato e guarito dall’Amore… “
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