✨ La vita di Gesù dagli Annali dell’Akasha… la memoria del pianeta.
Ad alcune miglia dal villaggio, la mia anima era stata attratta da quella di una donna di età matura, con il volto segnato, avvolta in un ampio velo color dell’oscurità.
Aveva appena perso il marito. Si chiamava Tsipporah, e lui Nahun. L’uomo, di 15 anni più anziano di lei, aveva varcato la soglia, e Tsipporah, che non si era preparata, soffriva. L’avevo vista iniziare a lacerarsi le vesti, secondo l’usanza.
Non fu difficile trovare la sua casa: il grosso villaggio non era più così popoloso come in passato, e sebbene non fosse di quelli in cui tutti si conoscono, le novità vi circolavano velocemente. La casa che cercavamo si trovava alla fine di una stradina.
Davanti alla porta si ammassavano una cinquantina di persone, per lo più donne vestite di nero, con il volto nascosto da un velo. Alcune piangevano molto rumorosamente, altre recitavano i salmi, colpendosi il petto. A terra, una barella era in attesa. Era probabilmente destinata a trasportare il defunto fino al luogo della sua sepoltura.
Un ometto rotondo e col fiato corto ci corse incontro: “Era mio fratello – balbettó-, tutti dicono che puoi…”
Ma gli avevo già appoggiato una mano sulla bocca. “Non dire altro… conducimi invece da Tsipporah e Nahun…“
Nel pronunciare queste parole, andavo volutamente contro a quanto prescritto dalle nostre usanze: durante il periodo del lutto, infatti, il nome del defunto non doveva più essere pronunciato. Ciò valeva anche per la donna, che in quel periodo di tempo diventava semplicemente “la vedova.”
Stupefatto, l’uomo si fece largo tra la folla, conducendoci nella penombra della casa. Era la casa di un uomo che aveva lavorato i metalli, e che doveva parte della sua fortuna agli incarichi affidatigli dai Romani di Tiberiade.
In tutte le stanze che attraversammo regnava l’odore tipico di quelle circostanze: mirra e aloe. Diversamente dalla maggior parte delle persone, a me quel miscuglio di odori piaceva; non sapeva di morte, sapeva di viaggio.
Poi, all’improvviso, ci trovammo di fronte al corpo di Nahun, sdraiato a terra in un sudario bianco, con i piedi verso la porta. A pochi passi da lui, sedute anch’esse a terra, tre donne prostrate mormoravano preghiere inudibili… l’uomo che ci aveva guidati fin là subito appoggiò una mano sulla spalla di una di loro. Doveva essere Tsipporah.
La donna alzò il capo e mi vide nella penombra, scattò in piedi con sorprendente rapidità: “ Maestro, Maestro! -disse ad alta voce.- Sei il Maestro Gesù? Sei proprio tu?”
Senza neppure attendere la mia risposta, si addentrò in un confuso insieme di spiegazioni che la riguardavano; le chiesi di tacere e la condussi nel piccolo cortile che avevamo attraversato poco prima.
In verità, Tsipporah era in uno stato talmente confuso che occorreva mostrarsi risoluti. C’era più inquietudine, e addirittura collera, in lei, che non vera tristezza; la cosa era visibile. La donna era come un torrente che si riversava, e di nuovo non riuscì a contenere il flusso delle parole che aveva dentro:
“Maestro… Che ne sarà di me? Mio marito mi ha lasciata… perché ha fatto una cosa simile? È stato ieri sera… Eppure, non era poi tanto malato! Dimmi, che farò della mia vita? Perché mai l’Eterno mi punisce così, lasciandomi tutta sola? Non ho fatto niente di male…”
Vidi mia madre, seduta accanto a lei, prenderle le mani… ma non servì a nulla: la donna le ritirò velocemente, come se si aspettasse o pretendesse di essere soccorsa soltanto da me. E avevo capito da un pezzo in cosa quel soccorso doveva assolutamente consistere.
Rivedo ancora Tsipporah gettarsi ai miei piedi, in quel preciso istante: “Maestro… Tutti sanno che cosa hai già fatto in un villaggio e poi in un altro ancora. Tutti! Fai tornare mio marito, ti prego… Abbi pietà di me! Tu sai parlare all’Eterno! ChiediGlielo per me…”
Non furono le mani di Tspporah che afferrai, bensì i sui piedi. La donna mi lasciò fare… aveva piedi duri, callosi, e li massaggiai a lungo. Questo la fece tacere. C’è sempre un legame fra i piedi e il cuore…
“Cosa mi stai facendo, Maestro?” – “Parlo alla tua anima…“ – “Sto per morire?” La guardai dritto negli occhi: “Per morire… bisogna prima essere vivi“.
Tsipporah scoppiò in lacrime. “Chi, dentro di te sta piangendo?“ le chiesi, sempre con un tono di grande fermezza. “Che ne sarà di me, Maestro, se non me lo riporti?” – “Che ne sarà? E perché non cominciare ad essere te stessa? Perché ciò che tu mi mostri di te, non è te… è un’immagine“.
Nel bel mezzo del pianto, Tsipporah mi lanciò uno di quegli sguardi brevi, che non si dimenticano. Uno sguardo che mi raccontò in un solo colpo tutta la sua storia, la vita di una donna che dominava il marito ma che dipendeva da lui, all’infinito, per tutte le necessità quotidiane. Certo, lo aveva amato, ma forse un po’ troppo come si ama il proprio mulo: si era fatta “portare in groppa”. Tuttavia avevo ancora i suoi piedi fra le mani, e continuavo a massaggiarli lievemente.
“Chi è che, in te, sta piangendo? – le chiesi nuovamente. – Non mi hai risposto. Non riesci a dirmelo, vero? Io però so trovare le parole che non riescono a uscire da te, donna. E le posso trovare perché in verità sono parole semplici… Non è il tuo cuore a versar lacrime, è il cuore di una bambina, una bambina che si è troppo rimirata e a cui è sempre piaciuto decidere tutto. Ed ecco che all’improvviso tutto le sfugge di mano… perdendo ciò che controllava, ha perso la mano, la quale ordinava ogni cosa, e perdendo la mano, le è anche venuto a mancare il terreno sotto i piedi. Per questo sono venuto da lei, da te, Tsipporah, per farti mettere radici in una realtà che hai sempre eluso“.
Tsipporah aveva smesso di piangere all’improvviso, senza una spiegazione apparente, proprio come fanno a volte i bambini. Aveva abbassato gli occhi e scuoteva il capo, come a sottolineare il suo diniego.
“Ascolta– ripresi – dove credi che sia in questo preciso istante tuo marito? È qui, vicino a noi, fra i mondi. E che cosa credi che abbia udito, da ieri, da quando ha lasciato questa vita? Te lo dirò io: ha udito la donna che ha amato non fare altro che piangere su se stessa, e addirittura arrabbiarsi con lui. Ha cercato un po’ del suo amore, ma non l’ha trovato; ha recepito e recepisce ancora solo lamentazioni, che gli arrivano in pieno nel cuore. Allora, Tsipporah, ora raddrizzati, smetti di piangere sulla tua sorte e parla infine a Nahun“.
Non volevo ferire Tsipporah, rimandandole un’immagine di sè fatta di egoismo mescolato all’ignoranza, però volevo chiamare in causa la sua anima, svegliarla, metterla di fronte a quella di Nahun.
“Ora vieni con me, torniamo dal tuo sposo, perché gli parlerai“.
La donna non protestò. Un attimo più tardi eravamo di nuovo tutti seduti, questa volta intorno al cadavere. Si unì a noi un gattino magro: era il gatto di casa. Lo osservai sedersi e poi frugare con lo sguardo nella penombra. All’improvviso, i suoi lenti movimenti del capo si arrestarono, e prese a fissare un angolo del soffitto: lì c’era Nahun, come una nube di vapore dotata di un paio di occhi stanchi.
Non lo dissi a Tsipporah. Non volevo distrarre la sua anima dall’essenziale. Non intendevo nutrire nessuna sensazione, solo richiamare un cuore messo a nudo.
“Parlagli, ora… Ovunque sia, tuo marito ti sentirà. Parlagli dentro di te, nel segreto della coppia che avete formato. Tu sola dovrai trovare parole che lo acquietino e che lo aiutino a spingere il battente della porta…“
Restammo per un certo tempo così, accanto a lei. Nel piccolo spazio di quiete che andava abbozzandosi dentro di lei, sapevo che avrebbe consegnato all’uomo che era stato suo marito le parole che le sarebbero venute: parole forse povere, forse fragili o impacciate, ma questo non aveva importanza: l’importante era che gli venissero offerte.
Quando uscimmo di casa sentii qualcuno che mi tirava per una manica: Tsipporah ci aveva seguiti. Malgrado le parole di pace che le avevo offerto, si aggrappava a me.
“Non lo farai dunque tornare, Maestro?” L’abbracciai: “Quando un viaggio è terminato, sorellina, e terminato. Ti dico che là dove va, Nahun è più vivo di te. Lasciagli l’opportunità di un altro respiro. Oggi sei stata visitata dall’amore, e se a tua volta non lo offri, finirà per evaporare…“
Con queste parole mi diressi con Maria, Giovanni e gli altri che mi avevano accompagnato, fino ad un pontile in mezzo ai canneti, dove sapevo che ci aspettava una barca con Andrea e Simone a bordo.
“Credi che quella donna ti abbia ascoltato, Maestro?” – mi chiese Maria – “Mi ha ascoltato, di questo puoi star certa, ma non per oggi. Per domani forse, per fra due volte mille anni. Non è poi tanto lontano… solo un po’ di nascite e un po’ di morti da attraversare“…
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