La vita di Gesù dagli Annali dell’Akasha… la memoria del pianeta

Continuo di: Gesù – il Monte degli Ulivi

✨ Fu dunque con i polsi liberi e circondato da una dozzina di soldati romani, che poco dopo percorsi il ponte sul Cedron; poi camminammo lungo le mura di Gerusalemme e le varcammo attraverso la prima piccola porta che, da nord, consentiva di accedere rapidamente alla fortezza Antonia.

Lì ci fermammo pochissimo, appena il tempo di far sapere a chi di dovere che avevano proceduto al mio arresto.

E dove dovevamo andare? C’era una sola risposta possibile: al Sinedrio, accanto ad uno degli angoli esterni delle Mura del Tempio.

In me, c’era, per cominciare, un immenso dolore… sì, un dolore pesante e fisico, e anche la delusione di vedere che il nostro mondo ancora una volta girava a vuoto su se stesso.

Parallelamente, però, c’era comunque la sensazione che stavo entrando nello spazio segreto di un nuovo Abbandono sacro, che quasi mi faceva dire: “Finalmente… sì, finalmente“.

Un pensiero che, malgrado comparissero anche delle paure di natura animale, le paure della carne che sta per soffrire, sapeva sorprendentemente di Liberazione.

Le guardie non dovettero né pungolarmi, né spingermi: le precedevo.

Il loro capo bussò più volte alla porta dell’edificio, e quando l’aprirono scoprii un cortiletto quadrato, rischiarato da una fiaccola retta da un uomo tarchiato con un lungo abito nero. Dal cortiletto si accedeva ad una stanza con la porta circondata da pesanti tendaggi. Era spalancata e vi entrai affiancato da due soldati.

Alla luce del fuoco che ardeva in un braciere sostenuto da un supporto e delle torce piantate nei muri, mi stavano aspettando alcuni membri del Consiglio.

Non erano più di una quarantina, forse a causa dell’ora tarda.

Lasciando le guardie alle mie spalle, avanzai verso la parte anteriore della sala, dove i seggi erano più alti e più voluminosi.

Sapevo chi mi stava aspettando, chi aveva deciso di mettermi intenzionalmente alla prova nel mezzo della notte, spalleggiato dalla legalità romana ed evitando qualsiasi reazione da parte del popolo.

Due uomini con vesti scure ricamate d’oro fingevano di essere intenti alla lettura di alcuni rotoli, si sforzavano di rimanere impettiti sui loro seggi di legno lavorato. Li riconobbi subito: erano Caifa e suo padre, il sommo sacerdote Hanan*, signori del Sinedrio e del suo tribunale.

(Hanan era dunque padre e non il suocero di Caifa, come invece si legge nel vangelo).

“Avvicinati… come ti chiami?”, Disse uno dei due, con voce stanca.

Lo sai bene…“, risposi, sospettando che quelle mie parole sarebbero già state sufficienti ad irritarli, sebbene non fosse mia intenzione: volevo soltanto arrivare al nocciolo del processo che stavano per farmi, e arrivarci più in fretta possibile.

Allora, rivolgendomi specialmente ad Hanan, che aveva alzato il mento, aggiunsi: “Vuoi sapere se sono Colui che chiamano il Benedetto? Ebbene, sì sono io…

“Ah! Eccoci dunque…” Il sommo sacerdote si riassestò il copricapo, si lisciò la barba e di nuovo alzó il mento. Caifa, che gli sedeva accanto, rimase impassibile, mentre un mormorio tempestoso percorreva la sala.

Si, ci siamo…– replicai. – Cos’altro vuoi sapere? Con la mia risposta, mi sembra di averti detto già tutto“.

“Lascia perdere l’ironia, cos’altro vogliamo sapere? È molto semplice: vogliamo sapere se riconosci o meno ciò che segue. Certi testimoni hanno constatato che non rispetti lo Shabbat, che durante lo Shabbat addirittura pratichi la magia per soggiogare i malati e i deboli di spirito, e che sei blasfemo, pretendendo continuamente di parlare a nome dell’Eterno e contraddicendo vergognosamente i sacerdoti all’interno o davanti alle sinagoghe.

Ci è stato riferito più volte che insegni alle donne, che ne frequenti molte, e in modo alquanto scandaloso, dappertutto, anche segretamente, in campagna e nel deserto. Ed è stato aggiunto che inciti la gente, in tutte le piazze, a “pensare più lontano” delle nostre Scritture più sacre perché, a tuo avviso “ne verranno delle altre”…

Inoltre, per colmo di blasfemia, sembra che tu sostenga che Yahvè (che egli mi perdoni) non sia l’Eterno. È esatto? Riconosci queste cose?”

Le riconosco, con due sole eccezioni…

“Due eccezioni, hai detto?” Questa volta, era stato Caifa a prendere la parola. La sua voce incisiva contrastava grandemente con quella trascinata e stanca di suo padre.

Sì, due eccezioni: non ho alcun bisogno di praticare la magia, giacché è il Soffio dell’Eterno ad agire attraverso di me. Quanto alle donne, se tu trovi che sia scandaloso e vergognoso insegnare ad esse in base alla ricchezza del loro cuore, e se tu, o voi, ci vedete qualcosa di impuro, allora chiedetevi se il principio di questa impurità non sia piuttosto nei vostri occhi, o nell’ombra del vostro pensiero“.

Come mi aspettavo, scoppiò un tuono di grida, proteste e insulti.

Caifa si appoggiò allo schienale del suo seggio continuando a fingersi impassibile, o almeno padrone della situazione. Hanan, invece, con il volto improvvisamente acceso, si alzò con difficoltà e con una smorfia di dolore: aveva visibilmente male ad un’anca.

Poi, siccome l’assemblea continuava a rumoreggiare, allungò un braccio in avanti per far valere la sua autorità e ottenere il silenzio.

“Non commenterò il tuo oltraggio. È veramente tutto ciò che hai da dichiarare? È tardi e, credimi, non ci vorrà molto per decidere. Ormai è più che chiaro…”

Guardai intensamente il vecchio: in piedi, con una mano si teneva aggrappato al seggio e con l’altra si lisciava la barba. Avrei forse dovuto rispondergli, scatenando un dibattito? No, non avrei incominciato ad argomentare, neppure avrei guarito il Sommo sacerdote dal dolore all’anca per provare Ciò che non può né deve mai prendere la via della dimostrazione.

Convincere chi, e di cosa? Non mi ci ero mai cimentato. Perché mai dire l’Essenza della Vita a chi non ha orecchie per intendere, né un cuore aperto per sentire? Perché?

Hanan , ostinato e visibilmente furioso, tentò malgrado tutto di farmi parlare, facendomi una quantità di domande, a volte dottrinali e sempre tendenziose.

Perlopiù non le ascoltai neppure, e non risposi. Era un gioco perverso e truccato.

Non ho niente da aggiungere – annunciai, infine, con una voce che volli ben salda. Io sono Ciò che sono, e non posso ritrattare nulla

“Ebbene, allora l’avrai voluto!” Lasciò cadere il Sommo sacerdote, prima di invitare gli altri membri del consiglio ad esprimersi se lo desideravano.

Uno solo alzò la mano, e prese la parola in mezzo ad altri che ridacchiavano. Volle esprimersi a mio favore. Era un cugino di Nicodemo: avevo guarito sua sorella, zoppa dalla nascita. Tuttavia egli non aveva alcuna forza nel timbro della voce, e qualsiasi cosa cercasse di dire affogò rapidamente sotto un’ondata di battute e grida.

Di fronte a quel tumulto, anche Caifa si alzò in piedi; fece segno agli uomini armati in fondo alla sala di venirmi a prendere. Affiancato da due lance, venni fatto uscire subito dal Sinedrio e riconsegnato ai soldati romani che mi avevano portato lì dal Getsemani.

(…)

Lungo le stradine deserte che serpeggiavano fino alla fortezza Antonia dove immaginavo mi stessero portando, mi sentivo in uno stato difficilmente descrivibile: simultaneamente padrone completo delle mie capacità, e sull’orlo estremo di un abisso di dolore.

Avevo ancora così tanto da dare, e vedevo così poche mani capaci di ricevere! Oh! Certo che c’erano delle mani, ma erano quasi tutte fragili, e nascondevano una forma di avidità che non mi traeva in inganno.

La sagoma della fortezza infine si profilò nella notte e mi si aprirono le sue alte porte cigolanti ad una ad una, richiudendosi tutte rumorosamente alle mie spalle. Senza che mi fosse rivolta una parola, mi trovai nel buio quasi completo di una sorta di cella, illuminata soltanto da un flebile reticolo di luce che filtrava da una minuscola griglia all’altezza della volta: certamente la luce di una torcia dentro a un cortile… Se non altro, potevo respirare!

A terra c’era un po’ di paglia: mi ci sedetti e poi mi ci sdraiai, e non temo di dire che mi sentii autorizzato a piangere. Il Sole che era in me avrebbe potuto mandare tutto per aria, ma il Suo Soffio mi chiedeva di lasciare emanare solo il Suo riflesso, come un raggio di luna.

Finii per addormentarmi: il corpo era spossato e la mia dimensione interiore abitata da mille sensazioni, da mille immagini che provenivano da tutti gli strati della mia vita.

Nel mezzo del sonno, tuttavia – all’interno della mia realtà di luce – mi alzai. La forza per farlo veniva dalla grandezza del Piano che portavo inciso profondamente dentro di me.

Per un attimo osservai il mio corpo sdraiato sulla paglia; fu allora che udii una voce che mi chiamava. Sembrava lontana, totalmente esterna a me e alla cella. Mi tirava fuori, nella notte, chissà dove.

La seguii con gioia, senza esitare, perché ripeteva il mio nome con grande dolcezza. Ne seguii il filo conduttore, e percepii lo scintillio di ogni stato della materia in cui penetravo, attraversandoli in un lampo.

In un attimo il corpo della mia coscienza fu accanto a un gruppo di alberelli, fra cespugli e rocce. Tre uomini, seduti a terra, osservavano la mia forma emergere appena dalla trama dell’Invisibile. Li riconobbi… indossavano tutti la veste bianca e il velo tipici dei Fratelli della Terra rossa.

“Maestro… – disse, da anima ad anima, l’uomo dalla pelle color ebano. – Maestroil Sole dei Soli in te ci ha chiamati. Ci ha convocati, ed eccoci qui. Siamo venuti a confermarti l’imminenza del passaggio stretto che hai scelto… Siamo in pochi, Maestro, ma siamo ovunque; in silenzio, eppure svegli e attivi. Tiberio ha emesso una lettera che annulla la precedente, per soprassedere alla tua futura condanna. Sappiamo che in questo momento la missiva sta per giungere a Pilato”.

La mia condanna… volete dire la mia condanna a morte… Perché avere paura delle parole? È strano, fratelli: a leggervi dentro sembrerebbe che da un lato bisogna che io muoia, e dall’altro che io non muoia… C’è una porta, e io la vedo; e non è soltanto per me e non è neppure quella che fa passare dalla vita alla morte. Andiamo sempre dalla vita alla Vita… Proprio a voi mi tocca ricordarlo?

Sentii improvvisamente un colpo interiore, a cui fece subito seguito uno schiocco secco e una vertigine. Mi ritrovai di nuovo disteso sulla paglia della cella, prigioniero della pesantezza del corpo.

Mi sovrastava un uomo irsuto, con una corta tunica, e mi prendeva a calci nel ventre.

“Toh, questa è per te. Prendila! – mormorò, appoggiando a terra una specie di scodella. – è ancora notte, ma quando farà giorno non avrò tempo per passare di qui un’altra volta. Ti va bene che sono di turno io!”

Perché mi prendi a calci?

“E’ così che funziona, qui! Se sei finito in questo buco, devi pur sapere il perché! Solo che la tua veste è strana… sembra pulita…”

Dopodiché, l’uomo non cercò di sapere di più; con il piede radunò un po’ della paglia che era per terra, poi riagguantò la piccola torcia che doveva aver piantato nel muro quando era arrivato, e se ne andò, chiudendo la bassa porta della mia cella.

Ricordo che respirai a lungo, con lo sguardo fisso verso la minuscola griglia che dava sull’esterno. Stava spuntando la luce del giorno…

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