💧 Venni a sapere di alcune guarigioni particolarmente sorprendenti che avvenivano in un monastero dedito al culto del fuoco, sperduto sulle montagne, in cui ogni 40 giorni venivano accolti gruppi di persone assetate di guarigione, soprattutto in estate, poiché in inverno quel luogo era praticamente inaccessibile.

Dentro di me era maturata la decisione di andare là e vedere con i miei occhi come avvenivano quelle guarigioni miracolose. Mi ero messo d’accordo con due amici che mi avrebbero accompagnato: un regista e un cameraman che lavoravano per la televisione di stato.

Il monastero era raggiungibile solo tramite una strada di montagna, ci sarebbe toccato farci 26 km a piedi.

I miei amici avevano caricato la loro attrezzatura su due muli e c’eravamo messi in cammino. Il primo a lamentarsi ero stato io, poiché indossavo normali scarpe da città che nel giro di poco tempo mi avevano procurato diverse vesciche. I piedi cominciavano a farmi male, ma proseguivo dicendomi: “Se sono guariti malati così gravi, dopo che avrò preso nota di tutte le ricette, la mia fama di medico subirà un’impennata“.

Dopo un cammino molto faticoso arrivammo dopo mezzanotte e ci vennero indicati i nostri giacigli.

Il giorno dopo, i monaci ci svegliarono intorno alle 11, ci radunarono e ci dissero: “Vi preghiamo di non peccare nel nostro monastero. Chi non rispetterà la nostra richiesta dovrà aiutarci nelle faccende domestiche andando a prendere l’acqua”.

Venimmo a sapere che in quel monastero essere di cattivo umore era considerato un peccato.

Osservavo con attenzione i monaci, si aggiravano per il convento con un sorriso lieve ed erano dritti come cipressi. Dovevamo quindi anche noi sorridere in continuazione.

Avevamo ascoltato e sorriso per un po’, ma dopo 2 minuti avevamo ripreso la vecchia abitudine di andarcene in giro con la fisionomia cittadina, sempre arrabbiata e insoddisfatta.

Avevo chiesto: “Quando comincerete a visitare i malati e a formulare diagnosi? Quando avranno inizio le terapie?”. Mi risposero direttamente: lì non veniva visitato e curato nessuno, e per me quello era stato il primo colpo.

Poi era arrivato il secondo: i nostri asini erano stati rimandati dai monaci a valle. Nelle nostre condizioni non saremmo potuti andare da nessuna parte. Fregati!

Non solo eravamo finiti in un monastero dove nessuno aveva mai curato qualcuno e neppure aveva intenzione di farlo, ma non potevamo nemmeno andarcene! E per giunta eravamo costretti a sfoggiare un sorriso idiota, mentre dentro ribollivamo di rabbia e collera!

Poi erano iniziate le spedizioni di penitenza. Circa 15 persone su 30 erano state subito mandate a prendere l’acqua. Anche io facevo parte di quel gruppo.

C’eravamo trovati davanti a una ripida parete rocciosa alta 600 metri sulla quale si snodavano tornanti di 4 chilometri che conducevano a valle. Quando avevo visto la discesa, mi era quasi venuto un accidente. In alcuni punti avremmo anche dovuto tenerci in equilibrio su tronchi conficcati nelle rocce che servivano da ponti levatoi ed erano stati collocati lì per impedire l’accesso al monastero.

Ognuno di noi era tenuto a trasportare 16 litri di acqua e la damigiana pesava 5 kg. il carico complessivo da trascinare era quindi pari a 21 kg. La cosa più comoda in una situazione del genere è portare il peso sulla testa. È stato in quella occasione che mi sono reso conto del vero significato della colonna vertebrale.

Dalla mia prima spedizione ero tornato al monastero fra le 4 e le 5 del pomeriggio, stanco morto ma con un sorriso stampato sul volto per ogni evenienza. All’improvviso uno dei monaci mi si era avvicinato e mi aveva invitato a scendere di nuovo a valle. “Perché? Ci sono già andato!”. E avevo notato che mi stavano venendo le doglie, pur essendo un uomo.

Quando sei risalito, hai portato con te il peccato.

“No! Ho sorriso!”, avevo ribattuto per la disperazione. Prova a immaginare: hai appena percorso 8 chilometri, la sera prima ne hai fatti 26 il tutto senza cena, colazione e pranzo. Le gambe sono a pezzi, gonfie e stanche morte, e qualcuno ti dice: Ancora una volta!. C’era da morire!

Vieni con me, voglio mostrarti qualcosa. A una finestra vidi un osservatore munito di binocolo e mi resi conto che non aveva senso discutere: vedeva tutti quelli che salivano come se li avesse avuti sul palmo della mano. Non mi era restato altro che scendere di nuovo. E mentre scendevo, di tanto in tanto mi veniva in mente quanto ero stupido e urlavo per la rabbia: sono finito in un posto pieno di idioti che si prendono gioco di me!.

Ma poi avevo sfoderato un sorriso animalesco e avevo detto a chiunque incontravo: “Sorridi, tontolone! Ti osservano dall’alto con un binocolo! in cambio della consulenza versami mezzo litro d’acqua nella damigiana”.

Nel giro di poco tempo la mia damigiana conteneva già una certa quantità di acqua e non avevo dovuto attingere troppo a lungo giù alla fonte. Mi ero fermato un po’ per lasciar passare il tempo e a quel punto avevo capito il motivo per cui, interrogati su come fossero stati guariti, i pazienti avessero eluso la risposta con un sorriso: “Vede, è difficile da spiegare”.

Rientrato al monastero, davanti al portone mi ero sorpreso ancora a sorridere, stanco e affamato. Mi ero trascinato a fatica fino alla mia cella e stavo tirando un sospiro di sollievo dopo aver smesso di sorridere, la faccia era stanca! Quando tutt’a un tratto, mi ero sentito osservato da dietro. Il cuore si era messo a battere forte. Avevo di nuovo allargato la bocca fino alle orecchie, mi ero voltato di scatto e avevo visto… Indovina chi! Me stesso!

In pratica, alla parete era appeso uno specchio. Il mio viso era emaciato, impolverato, grondante di sudore e sfoggiava un sorriso innaturale. Mi venne un attacco isterico e cominciai a ridere senza ritegno e a voce alta. Ridevo dell’assurdità della situazione in cui mi ero cacciato da solo.

Attirati dal rumore, erano accorsi anche i miei due compagni, e pure loro erano scoppiati a ridere, ma poi avevano iniziato a guardarmi in un modo strano. Qualcosa era cambiato.

Di giorno in giorno il numero delle persone incaricate di trasportare l’acqua iniziò a diminuire, e dopo una settimana nessuno dovette più farlo, il peccato non attecchiva più.

Allora i monaci ci radunarono e ci dissero: Grazie per aver portato la luce nel nostro monastero. Se avete bisogno di acqua, la potete prendere qui. Aprirono una porticina che dava sul terreno del monastero e ci indicano una casetta di pietra. Scoprimmo che all’interno di quell’edificio c’era una sorgente, l’acqua era sempre stata lì.

Quello della damigiana con l’acqua era un metodo escogitato dai monaci per trasmettere al cervello una semplice verità facendola passare attraverso le gambe.

Di fatto, tutti quelli che arrivavano in quel monastero si ritenevano intelligenti e ognuno aveva le proprie convinzioni. Per eliminare tutte quelle sovrastrutture accumulate in noi, i monaci avevano inventato quel metodo di guarigione della presunzione.

Anche io ero arrivato lì con i miei decreti: ero istruito, pieno di conoscenze e svariate competenze che altri non possedevano. “Gli altri sono stupidi, io invece sono così intelligente!”.

In una sola settimana mi avevano spremuto fuori tutta la mia stupidità e avevano fatto di me un essere umano.

Lì ho ritrovato me stesso. Ho ricominciato a interessarmi ai fiori, agli insetti, alle formiche. Mi sembrava di essere l’unico a sentirsi di colpo come un bambino, ma guardandomi intorno, mi ero reso conto che anche gli altri provavano sensazioni analoghe. La cosa più interessante era che, ora tutti ridevano, la mimica cittadina che un tempo c’era sembrata normale ci appariva come una deviazione.

Poi mi sono accorto che le persone dicevano: “Mi sento più leggero. Sto meglio”. In un primo momento avevo pensato che ciò avesse a che fare con il clima e con la natura, dopotutto eravamo in montagna! Solo in un secondo tempo ero giunto alla conclusione che il vero segreto ha che fare con la mimica e la postura.

Dopo 40 giorni lasciamo il monastero. Sulla via del ritorno incontriamo un gruppo di persone assetate di guarigione come lo eravamo noi 40 giorni prima. Mio Dio, che facce!

Quella che si era avventata su di noi era un’ orda di cannibali: “Ha funzionato? Di che cosa soffrivi? Che cosa ti hanno dato?”. Avevo risposto: “Ognuno riceve ciò che merita”.

Il mio sguardo si era spostato da loro a noi, da noi a loro. Noi sorridevamo tutti.

All’improvviso mi ero reso conto di essere arretrato, e lo stesso avevano fatto anche gli altri componenti del mio gruppo, come se i nuovi arrivati fossero degli appestati. Accanto a me c’era un ottantenne che si reggeva alle braccia dei suoi figli e diceva: “Non ditemi che anche noi avevamo quelle facce!”.

Una volta ritornato in città, avevo visto una folla di persone prive di sentimenti, apatiche, del tutto indifferenti, che continuavano a correre da qualche parte senza sapere dove e perché.

Era stato molto difficile riabituarsi allo stile di vita cittadino. In me qualcosa era cambiato una volta per tutte, di colpo mi sembrava di essere in un teatro assurdo, non riuscivo a guardare quei volti. Fino a poco tempo prima ero stato come loro.

Quando ero tornato al lavoro, avevo dovuto verificare se l’essenza della guarigione consiste davvero nel sorriso e nella postura.

Avevamo organizzato un programma di esercizi nella palestra del policlinico, ogni giorno ci si allenava per una o due ore. Attraversavamo la palestra sorridendo e mantenendo la postura.

Continuare a sorridere per tutto il tempo è difficile! prova a sorridere per strada e stare dritto: sentirai subito su di te il peso dell’ambiente circostante, gli sguardi delle persone, ti aspetta una battaglia!.

Per resistere alla pressione dell’ambiente che cerca di frantumati e per rimanere te stesso devi fare deliberata opera di autocostruzione.

Poco tempo dopo l’inizio degli esercizi si sono manifestati alcuni fenomeni interessanti. Tutti i partecipanti avevano evidenziato numerosi progressi. Il risultato ottenuto mi aveva sbalordito.

Non riuscivo a capire come mai persone malate da anni potessero guarire grazie alla postura e al sorriso. Iniziammo a svolgere indagini in laboratorio per individuare quali trasformazione avvenissero nell’organismo. Queste ricerche ci hanno condotto ad una scoperta scientifica di fondamentale importanza.

E che ne era stato del cameraman e del regista? Il grasso cameraman che pesava 130 kg è dimagrito e ancora oggi pesa solo circa 85 kg, i suoi acciacchi sono scomparsi. Ma fra i tre il successo più grande l’ha avuto il regista: qualche anno prima sua moglie aveva chiesto il divorzio perché lui beveva tutti i giorni. Dopo quell’esperienza ha smesso di bere e ha risposato sua moglie…

Testo rielaborato da Este (laportadellaluce.it) dal libro “La saggezza dell’asino, come liberarsi degli occhiali” di Dott. Mirzakarim Norbekov.
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